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Rileggere un romanzo scritto vent'anni prima (e mai più preso in mano da allora) è straniante come guardare se stessi in fondo a un lungo tunnel temporale. C'è curiosità, naturalmente, ma anche un preciso timore di vedere qualcosa (qualcuno) che ha smesso di piacerci. La paura di trovarsi a dover rinnegare se stessi. Quello che è successo a me, quando ho ripreso in mano Cyberworld per preparare la nuova edizione, è stato troppo interessante e foriero di idee e sensazioni inedite per non scriverne. E' stato un po' come vedere la propria immagine riflessa da un foglio di carta.

 

Succede spesso, se scrivi, di avere idee per racconti o romanzi che ti rimangono a vagabondare in testa per anni come lumache dalle antenne luminose dentro labirinti oscuri, prima che trovino l'uscita verso l'orizzonte di una pagina scritta. E magari non la trovano mai. In particolare da un po' di tempo nel mio labirinto gira una lumaca che racconta di due palpebre che si sollevano piano come saracinesche su una rimessa di sofferenza. Il protagonista si trova in un letto, ha la testa fasciata, un feroce dolore pulsante dietro agli occhi, e fitte dappertutto, come se avesse avuto un incontro troppo ravvicinato con una squadra di rugby. Intorno a lui una stanza azzurra, monitor che bippano, l'ago di una flebo piantato in un braccio, due tubi che gli spariscono dentro il naso e una specie di molletta che gli morde l'indice di una mano. Comunque è vivo. Respira. Muove gambe e braccia (le ha ancora tutte e quattro!) e pensa. Riesce anche a fare due più due. Però non ha idea di come è arrivato lì, né da quanto tempo. Non ricorda che cosa gli è successo. E non sa nemmeno di preciso dove sia, se non che è in quella che sembra una struttura sanitaria di qualche tipo. Ma intorno a lui non c'è nessuno, e nessuna scritta che lo aiuti a orientarsi. Premendo il pulsante dell'emergenza, riesce a chiamare un'infermiera che in pochi secondi spalanca la porta raggiante. Finalmente sveglio! Sorride e chiama il dottore, il quale gli spiega che si trovava in coma da dieci giorni. Lo hanno trovato dentro un taxi accartocciato in un fosso una notte che nevicava che dio la mandava, come gelido indugio intorno a una travolgente voglia d'apocalisse. Quando sono arrivati i soccorsi - mica tanto presto, con quella maledetta bufera! - l'autista era già freddo come il ghiaccio, mentre lui non era messo proprio bene, ma respirava ancora. Lo hanno portato qui. Nelle sue condizioni non era facile sopravvivere. Forse è stato il freddo ad aiutarlo. Chissà. Alla fine gli è andata bene. Però non aveva documenti con sé, né un telefono, né alcunché che aiutasse nella sua identificazione. Nessuno ha denunciato la sua scomparsa. Non hanno idea di chi sia. – Sa dirmi il suo nome? – chiede quindi il medico. Tra ragnatele incandescenti il protagonista risponde quasi con entusiasmo, come se solo in quel momento, a fronte di quella risposta, si sarebbe davvero riappropriato della sua vita: – Certo! Mi chiamo. – Fino a quell'ultima vocale è sicuro, sicurissimo, che non avrà problemi a rispondere, ma arrivato al dunque si trova contro una parete nera e liscia come uno specchio e altissima da non vederne la fine. Non riesce a ricordare alcunché della sua vita prima di arrivare lì. Eppure sa leggere, conosce i nomi delle cose che vede intorno a sé, sa chi è il Presidente e chi è l'attaccante della Nazionale. Amnesia dissociativa generale, è la diagnosi. E la cosa non aggiunge alcunché. Gli fanno esami, lastre, risonanze, ecografie, tomografie e, tranne i postumi della commozione cerebrale, non presenta alcun altra anomalia che possa giustificare la sua condizione. – Dobbiamo aspettare che il trauma sia del tutto assorbito – affermano all'unisono neurologo e psichiatra. Così lo tengono lì. Ma mentre recupera le forze, gli ematomi decolorano dal viola al giallo e le ragnatele nel suo cervello si raffreddano, ben presto comincia ad annoiarsi. Quando riesce ad alzarsi, ancorché per brevi passeggiate, esce dalla sua stanza e incrocia altri ricoverati. Chi fuma, chi fa le parole crociate, chi incontra i parenti, chi sgranocchia snack a ripetizione, chi guarda la TV, chi ascolta musica, chi sfoglia riviste. Tutte queste cose lo lasciano indifferente nella latente disperazione che lo attanaglia, la disperazione di chi ha perso se stesso e non ha idea di dove andarsi a ritrovarsi. Il nome della struttura non gli dice niente, come non gli dicono niente il nome della città più vicina o della nazione in cui si trova, alla quale sente di appartenere esclusivamente grazie alla lingua che parla, né lo aiutano a ricordare le immagini televisive. Solo i libri in qualche modo lo incuriosiscono, così chiede all'infermiera di portargli qualcosa da leggere. – Una rivista? – chiede la tipa. – Meglio un libro, – risponde lui seguendo l'eco di un istinto inconsapevole. Così comincia a trascorrere le giornate a leggere, leggere, leggere. Per lo più narrativa di genere, avventura, gialli, fantascienza, thriller, horror, noir. Ne fa fuori uno al giorno, a volte due. Dopo poco scopre che la struttura è dotata di una biblioteca e dal momento in cui le forze lo sorreggono, l'infermiera gli consiglia di andare lui stesso a scegliersi i libri. Magari titoli e copertine lo aiuteranno a fare pace con la sua memoria, a ritrovare la strada di casa. Nel mezzo di questo tourbillon letterario a un certo punto comincia a prendere consapevolezza di avere un certo gusto per i romanzi, come se quella di leggere fosse un'attività a lui familiare, che dunque non gli era estranea prima dell'incidente, qualcosa che dunque potrebbe dargli qualche indizio su chi era prima. Naturalmente ci sono romanzi che trova migliori e altri peggiori. Alcuni che lo appassionano, altri che lo sfiniscono di noia. Però, complice la torpida vacuità delle giornate, li legge sempre tutti, per lo più nella sala comune dove ormai trascorre la maggioranza del tempo libero, quello in cui non è impegnato in esami, test, visite mediche ed esercizi di riabilitazione. Un giorno gliene capita uno che trova più insopportabile di altri, pur già brutti, che gli erano passati per le mani. Potrebbe essere un romanzo d'amore, di quelli magari con qualche risvolto erotico soft (o, meglio ancora, neanche troppo soft), con le copertine ammiccanti. Insomma questo libro è scialbo, scritto malissimo, banale, farcito di luoghi comuni, inverosimile e nemmeno le pretese scene erotiche riescono a smuoverlo (benché sappia che l'impianto idraulico è ok; era una delle cose che si era premurato di verificare appena possibile: si ricordava ancora bene come si faceva!). Non riesce a capacitarsi di come la gente possa leggere una merda del genere, né come la si possa pubblicare, né, in ultima analisi, come la si possa scrivere. Eppure, stando alla fascetta, sembra si tratti di un best seller da 200.000 copie e in effetti in biblioteca ci sono molti altri libri di questo autore. Poi un altro ricoverato (o ricoverata) che non si ricorda di avere mai visto prima, probabilmente uno nuovo, gli si avvicina con una strana espressione sul viso, come se avesse visto un fantasma. Ha anche lui in mano un libro dello stesso autore, è aperto e indica il risvolto di copertina animato da una specie di eccitazione. Glielo mostra. C'è una foto. Oddio, ma quello è lui! Non ci crede, ma non ci si può sbagliare. Non è uno che gli assomiglia. Quello è proprio lui, lui ha scritto quella robaccia, lui stesso! Si sente mancare. Gli gira la testa. Deve sedersi. Quello shock non basta a fargli tornare la memoria, ma è sufficiente a travolgerlo di tormento e vergogna e infamia. Quella notte stessa, quando i corridoi sono vuoti e le infermiere di turno sonnecchiano nella stanza a loro adibita nella speranza che anche i campanelli tacciano, il protagonista raggiunge a piedi nudi l'ultimo piano dell'ospedale, trova una finestra aperta e si butta di sotto.

 

Ecco, alla fine in qualche modo la lumaca è uscita dal labirinto! Il racconto potrebbe intitolarsi Lo specchio di carta e credo possa rappresentare un po' l'incubo dello scrittore. Trovarsi a leggere un proprio scritto con una mente tabula rasa, in altre parole priva di tutte le proprie sovrastrutture che legano l'autore alla sua creazione e ne vincolano (falsano?) la valutazione, e rischiare così di giudicarlo un'autentica monnezza. Del resto è pratica comune di tutti coloro che si cimentano con la scrittura fare decantare le proprie opere dopo averle lette, lasciarle da parte almeno qualche mese, per dimenticarle e poterle rileggere in maniera più distaccata e dunque revisionarle con uno spirito critico più obiettivo. Così, quando Silvio Sosio mi propose qualche tempo fa l'operazione di recupero dei miei due romanzi usciti a suo tempo per l'Editrice Nord, ovvero Cyberworld e Il codice dell'invasore, fui da un lato entusiasta per l'opportunità di ridare vita editoriale a due lavori da molto tempo introvabili, e dall'altro terrorizzato perché, accettando, avrei dovuto riprenderli in mano e rileggerli, in primo luogo perché a pensarci mi rendevo conto che molte parti giocavano a nascondino con la mia memoria e non ci si poteva far trovare impreparati a discuterne con eventuali nuovi lettori, e secondariamente per farci sopra una spazzolata di editing, cosa che - si sa - non guasta mai.

 

Rileggere una tua opera a distanza di vent'anni dall'ultima volta che l'hai fatto ti mette (quasi) nella condizione del protagonista del racconto. La differenza dettata dalla consapevolezza che, nel farlo, il protagonista non ha e tu invece sì, è davvero poca cosa. È come mettersi davanti a uno specchio non sapendo chi ti ritroverai di fronte. Perché nell'arco di vent'anni le tue letture e le tue scritture, le tue lumache nel cervello, i tuoi incontri, le tue esperienze, persino il tuo corpo (che in due decadi cambia parecchio), hanno modificato in qualche modo la tua visione del mondo, le tue sensibilità, comprese le tue modalità di concepire la scrittura, ed è solo avendo il coraggio di guardarsi indietro che si può scoprire qual era la misura della maturità dell'essere umano che eri venti anni fa e la validità di ciò che quell'essere umano di tanto tempo prima realizzò e quanto (se) ancora ti assomiglia. Insomma, il rischio di vedere nel riflesso dello specchio un estraneo, se non addirittura qualcuno che ti sta sulle palle o, perfino, qualcuno che odii, non è trascurabile. È il rischio del dolore di doversi rinnegare o disconoscere. Ma è anche un rischio che devi correre per capire dove sei arrivato e quale strada hai percorso finora. Ebbene, questo rischio l'ho corso e devo dire di non aver fatto la fine del protagonista del racconto, neanche metaforicamente! Lo specchio di carta è ancora intatto e io sono ancora qui. A dispetto di tutti i timori della vigilia, rileggere Cyberworld (e Il codice dell'invasore) è stata un'esperienza sorprendente, a tratti divertente, ove alcuni momenti, colpi di scena, trovate di trama proprio non li ricordavo e mi hanno colto come per la prima volta; a tratti istruttiva, ove ho rilevato alcune ingenuità linguistiche o situazionali che oggi non mi sognerei più di usare, ma che non mi sono azzardato a eliminare. Sarebbe stato un po' come barare, tradire lo spirito forse a tratti troppo spontaneo, ma anche scanzonato, quasi goliardico, del romanzo, che rappresentava non solo una condizione climatica della storia di frontiera che volevo raccontare, ma anche uno stato personale di quel particolare momento della mia vita, libero finalmente dal peso universitario, e non ancora gravato da quello del lavoro.

 

Invece, come dicevo, ho voluto svolgere una revisione del testo rispetto all'edizione precedente, ma leggera, come una spolverata, ancorché energica. Per esempio ho spazzolato via le troppe "d" eufoniche rimaste impigliate tra le vocali e una messe (quella davvero esagerata) di avverbi ridondanti che costituivano il maggior appesantimento del testo. Dopodiché sono intervenuto solo puntualmente qua e là per rimettere in sesto qualche passaggio di difficile comprensione o che difettava nella logica (per esempio nell'edizione precedente la nave spaziale in partenza per Marte si chiamava Queen of Hermes, ma, essendo Hermes il nome di un dio, concettualmente non aveva granché senso riferire a esso il concetto di Regina, da cui il cambiamento in Queen of Mars), o nella comprensione dei punti di vista dei due protagonisti (in questa versione all'inizio di tutti i capitoli è indicato il riferimento del protagonista, visto che il racconto in prima persona talvolta poteva causare confusione), ma sono davvero poche cose. Il libro dunque è quello di vent'anni fa ed era giusto che rimanesse tale, perché la storia, per il tema che affronta, rappresenta una visione di qualcosa di cui stiamo tutti vivendo l'evoluzione in questi anni e un modo peculiare di raccontarla.

 

Quando mi preparai a scrivere erano i mesi a cavallo tra il 1994 e il 1995 e la cosiddetta RV, la Realtà Virtuale, era un aspetto che ancora non faceva parte della vita di tutti giorni (Internet non esisteva ancora, per lo meno non come lo conosciamo adesso, bensì solo in albori preliminari appannaggio di pochi che sarebbero sbocciati di lì a pochi mesi soltanto di distanza – per dire, Netscape Navigator è del 1994 e Internet Explorer di Microsoft del 1995, e l'anno di riferimento per la nascita di Internet è proprio il 1995), ma intorno alla quale si parlava diffusamente con articoli e saggistica. Dunque era davvero la nuova frontiera, per lo meno qui in Italia, dove in ambito letterario solo in quel periodo si stavano affacciando le traduzioni delle grandi opere cyberpunk. L'unico romanzo che arrivò sensibilmente prima fu Neuromante di William Gibson, edito dalla Nord in prima edizione nel 1989 (la prima edizione originale è del 1984). Tuttavia, va detto che non volevo che il mio romanzo fosse cyberpunk. Volevo qualcosa di diverso. Neuromante mi aveva impressionato, ma non mi aveva cambiato. Mi aveva chiarito che cosa non volevo fare. Pur essendo di formazione tecnica e appassionato di computer, avendo dunque un background adeguato per capirlo (e apprezzarlo), del romanzo di Gibson avevo rilevato una cripticità di fondo dalla quale volevo stare alla larga (anche se non sono certo di esserci del tutto riuscito). La stessa ambientazione cyberpunk non mi attirava. Volevo qualcosa di nuovo, che si svolgesse completamente nella rete, un po' come il paese delle meraviglie di Alice, un posto dove tutto è possibile, un luogo dove gli uomini sono - di fatto - dèi, come lo è colui che è capace di creare il mondo dal nulla e disporre di ogni cosa di quel mondo a proprio piacimento. In fondo che cosa è la tecnologia, se non il surrogato di superpoteri che ci avvicinano alle prerogative della divinità? Ma se poi arriva sul serio l'essere deputato per Natura ad abitare quel mondo, ovvero a esserne il Dio, che fine farà l'Uomo? Il nucleo primordiale di Cyberworld nasce così tutt'intorno a questo concetto, che è quello riassunto nella prima epigrafe e da quelle successive, e si sviluppa attraverso il più classico degli scontri di due assoluti: il vecchio contro il nuovo, realtà reale contro realtà virtuale, realisti contro virtualisti. Nel mezzo una missione spaziale in partenza per Marte, a simboleggiare sia la stessa frontiera del Custer rappresentato a inizio romanzo, ovvero quella del cowboy Case di gibsoniana memoria e dunque della realtà virtuale stessa, sia l'orizzonte di una speranza per un futuro reale che riesca a spezzare quelle catene che imprigionano l'umanità sempre più dentro i loro visori e i loro data-suit, giacché la realtà reale è troppo devastata da affrontare.

 

Rileggere Cyberworld oggi consente così anche di tracciare un interessante bilancio sulle previsioni, non tanto mie, quanto piuttosto di coloro che vent'anni fa hanno speculato su quello che la realtà virtuale avrebbe potuto essere, in altre parole di quello che si è avverato e di come eventualmente si è avverato, o di quello che invece non si è avverato (o per lo meno non ancora). Per esempio in Cyberworld c'è la moneta elettronica (PayPal, Bitcoin), si paga per avere più memoria in cui far risiedere i propri dati e comunque i dati risiedono in rete e non nel proprio computer (Cloud), si è continuamente tampinati da software pubblicitari (Banner, PopUp, Spam), ci si incontra e ci si scambiano informazioni attraverso veri e propri spazi virtuali in cui l'identità non è certa (Second Life, Facebook, Google+). Per contro in Internet non ci sono ancora droghe virtuali (ma questo non impedisce alla rete di condizionare le idee degli individui più o meno subliminalmente), non si può ancora lavorare in telepresenza, o almeno non con le prerogative descritte in Cyberworld, per ora (fortunatamente) non si può ancora uccidere qualcuno come descritto nel romanzo, né ci si interfaccia (ancora) con sistemi sofisticati come data-suit e visori RSLD, benché soprattutto i visori stiano emergendo prepotentemente alla ribalta del mercato proprio in quest'ultimo periodo, complice anche il consolidarsi della tecnologia 3D. D'altronde c'è ancora tempo, visto che il romanzo è collocato cronologicamente ancora un po' avanti nel tempo rispetto a oggi.

 

In mezzo a tutto questo c'è quello che in ultima analisi conta davvero: la storia. Quella di Venus, Albatros e della misteriosa creatura binaria che aleggia intorno a loro. E a vent'anni di distanza mi sento di azzardare l'affermazione che nel complesso funziona ancora piuttosto bene, sperando solo che la sua lettura riesca a trasmettere pagina dopo pagina lo stesso divertimento che ho provato io nello scriverla. Infine va detto che anche i ringraziamenti in fondo al libro sono esattamente quelli di vent'anni fa. Tuttavia in occasione di questa nuova edizione ci sono tre persone alle quali va la mia più sincera gratitudine. Silvio Sosio, che ha voluto imbarcarsi nell'impresa di riaccendere i server di Cyberworld, Giovanni De Matteo che si è prestato con entusiasmo a scrivere la splendida prefazione di questo romanzo che davvero è quasi un precursore del connettivismo che sarebbe venuto, e Annalisa, che ha letto Cyberworld prima di conoscermi e ha voluto conoscermi lo stesso.

 

28 Settembre 2014